Manute Bol: il gigante che stoppava tutto, anche la guerra

Di Alberto Foschi

Se il basket fosse mitologia, Manute Bol sarebbe una divinità alta 2 metri e 31, con braccia infinite e missioni impossibili. Manute è stato molto più che un giocatore di basket: è stato guerriero, attivista, leggenda vivente e persino… tiratore da tre (a modo suo). Quando arrivò in NBA, sembrava uscito da un racconto africano: troppo alto, troppo magro, troppo improbabile. Eppure, ha lasciato un segno così profondo che oggi il suo nome riecheggia non solo tra chi ama il basket, ma tra chi crede che si possa usare lo sport per cambiare il mondo.

L’inizio da favola (africana)

Manute nasce nel 1962 nel Sudan rurale, in un villaggio senza elettricità. Figlio di un capo tribù Dinka, il suo nome significa “benedetto”. E già da piccolo c’erano leggende intorno a lui: si dice che abbia ucciso un leone per proteggere il suo bestiame, armato solo di una lancia. Vero o no, quel che è certo è che ha iniziato a giocare a basket solo intorno ai 16 anni – e solo perché un allenatore americano lo ha notato e portato con sé negli Stati Uniti. Fino ad allora, non sapeva nemmeno cosa fosse il gioco.

L’NBA incredula (e un po’ divertita)

Nel 1985 viene scelto dai Washington Bullets. Alla prima occhiata, sembra un errore: pesa 90 chili scarsi, è tutto ossa e gomiti, tira male, non salta. Ma in campo? Cambia tutto. È l’unico giocatore nella storia NBA con più stoppate (2.086) che punti segnati (1.599). In una partita del 1987 ne mise a referto 15 in una sola sera: roba da alieni.

Il suo stile era unico. Sembrava sempre sul punto di cadere, eppure stoppava tutto. Le sue braccia (2,64 m di apertura) coprivano metà area da sole. E poi ci fu quella notte folle del 1993, quando – contro ogni logica – segnò sei triple in un solo tempo con i Philadelphia 76ers. Il pubblico non credeva ai propri occhi. Nemmeno lui.

Fuori dal campo: l’eroe silenzioso 

Manute Bol non era solo un freak show da highlights. Era un uomo profondamente impegnato nel suo paese. Dopo il ritiro, spese milioni di dollari (quasi tutti i suoi guadagni NBA) per finanziare iniziative umanitarie in Sudan, combattere il regime e aiutare i rifugiati della guerra civile.

In un mondo dove molti ex atleti scompaiono nel lusso, lui tornava nei campi profughi, parlava nei parlamenti, raccoglieva fondi ovunque. Una volta, partecipò persino a un match di hockey su ghiaccio per beneficenza, non sapendo nemmeno pattinare. “Non posso dire di no quando serve aiutare”, disse. Non fu una bella scena, ma fu una grande lezione.

Tra mito e realtà

Di Bol si raccontano storie ai limiti del credibile. Come quella del leone, certo. Ma anche che fosse più alto dei dati ufficiali (c’è chi dice 2,35), o che avesse 50 anni quando giocava in NBA, non i 30 dichiarati. Nessuno lo sa davvero. Ma forse non importa. Quello che conta è ciò che ha fatto.

La sua figura era talmente simbolica che i Celtics (con cui non giocò però nessun match ufficiale) una volta lo firmarono per… “karma”: cercavano energia positiva da trasmettere alla squadra, e chi meglio di Manute?

L’eredità lunga (come le sue braccia)

Manute Bol è morto nel 2010, a soli 47 anni, per una rara malattia autoimmune contratta durante un viaggio

(Foto Rick Stewart/Allsport/Getty Images)

in Sudan. Ma la sua eredità continua. Suo figlio, Bol Bol, ha all’attivo già alcune stagioni in NBA: un talento fuori dagli schemi, come il padre, anche se più moderno, più tecnico, più “americano”. Ma l’aura di Manute resta unica.

In un mondo pieno di statistiche, Bol ha lasciato una traccia umana, fatta di coraggio, altruismo, e di tante, tantissime stoppate. Non era solo il più alto in campo. Era il più alto anche fuori.

Backdoor finale

Ogni sport ha i suoi giganti. Manute Bol lo è stato in senso letterale, ma soprattutto in quello figurato. È la prova che non serve segnare 30 punti a sera per diventare leggenda. A volte basta dire “no” ai tiri degli avversari, alle ingiustizie del mondo, al comodo silenzio.