Oltre il parquet: Sergio Luise

di Lorenzo Celli

Uno Scugnizzo dal cuore biancorosso

Batte forte per la palla a spicchi fin dalla tenera età il cuore di Sergio Luise, assistente allenatore di Rinascita Basket Rimini, dall’estate 2024 al fianco di Sandro Dell’Agnello nello staff tecnico della Dole. Batte ancora più forte, quel cuore, da quando Sergio ha assistito in primissima fila al trionfo Scudetto della sua Juvecaserta nel lontano 1991, in una formazione in cui militava lo stesso Dell’Agnello. Ma oggi quel cuore batte al ritmo del Barrio biancorosso. Con Sergio ripercorriamo le tappe della sua carriera e del suo amore per questo sport.

Come è nato l’amore per la pallacanestro e da cosa scaturisce il desiderio di allenare? Ho iniziato a giocare all’età di 5 anni, in un periodo in cui il movimento cestistico di Caserta – la città in cui sono nato – viveva un autentico boom, visto che al PalaMaggiò si affacciava finalmente la Serie A1 con i suoi volti (Oscar Schmidt, Sandro Dell’Agnello, gli scugnizzi casertani); a quell’epoca era naturale che un bambino casertano iniziasse a praticare pallacanestro. Mi sono fin da subito innamorato di questo sport ed ho militato fino alla categoria Juniores (l’attuale Under 19) nella Juvecaserta, quindi ho frequentato le serie minori fino ai 27-28 anni quando poi ho iniziato ad allenare, principalmente per curiosità. Ho svolto il corso di allenatore di base ben prima di avere una squadra a disposizione, in modo da ricavare un altro punto di vista sulla pallacanestro. Sono stato fortunato perché Franco Marcelletti, mio allenatore per un breve periodo ai tempi delle giovanili e all’epoca capo-allenatore in Serie A2, mi ha voluto subito con sé con il ruolo di assistente; ho iniziato quindi la mia carriera subito ad un livello molto alto.

A proposito di Caserta, nel 1991 arriva lo Scudetto: in quella squadra, allenata da Marcelletti, c’era anche Sandro Dell’Agnello. Cosa ricordi di quel momento?  

Fu davvero emozionante, anche perché la Juvecaserta aveva fin lì perso molte altre finali. Gara2 e Gara4 si disputarono al PalaMaggiò ed io ero uno dei ragazzi che pulivano il campo, quindi vissi davvero in prima fila le emozioni della finale, mentre tutto il settore giovanile era presente al palazzo. In occasione della decisiva Gara5 ricordo che andai all’aeroporto di Capodichino ad aspettare la squadra di ritorno vittoriosa da Milano salvo poi festeggiare per tutta la notte. Il giorno dopo naturalmente portai la giustificazione a scuola: non avevo né studiato, né dormito, né avevo più voce.

A quello Scudetto risale la tua “conoscenza” con Sandro Dell’Agnello, ovviamente come giocatore. Poi è arrivata la chiamata come suo assistente a Forlì nel 2021. Come è nato il vostro rapporto e come si è evoluto? 

Ai tempi in cui Sandro allenava a Caserta (2015-2017) io avevo già iniziato la mia carriera da allenatore in giro per l’Italia, quindi paradossalmente non abbiamo avuto modo di incontrarci in quel periodo. Quando nel 2021 si è presentata la necessità di un nuovo assistente a Forlì, tramite alcune conoscenze comuni abbiamo avuto modo di incontrarci per la prima volta. Fino a quel momento conoscevo Sandro esclusivamente come suo tifoso, improvvisamente siamo diventati colleghi. Ci siamo subito trovati bene insieme, abbiamo mantenuto i contatti anche nel periodo in cui ho ricoperto il ruolo di head coach per la Juvecaserta (2022-2024), quindi si è presentata una nuova opportunità di lavorare insieme che ho colto al volo. Tra noi c’è un rapporto umano di rispetto reciproco a cui si affianca, sotto il versante tecnico e sportivo, un equilibrio e un affiatamento che cerchiamo sempre di migliorare per alzare sempre più il livello di questa collaborazione professionale.

Come si è evoluto il ruolo dell’assistente allenatore in questi anni? Sono cambiati equilibri e compiti? 

Molto dipende dal rapporto con il capo-allenatore e dall’esperienza che l’assistente accumula nel corso degli anni. Infatti, rispetto ai primi tempi, anche io mi sono ritagliato sempre più spazio. Naturalmente c’è anche l’interpretazione personale del ruolo: quando vado ad un colloquio per l’incarico di assistente con un head coach, io dico sempre che non mi percepisco come un assistente ma come un allenatore. Pur conoscendo i miei limiti nel lavoro di staff – è sempre il capo-allenatore ad avere l’ultima parola – cerco di proporre sempre la mia idea, in particolare quando questa è diversa rispetto a quella dell’head coach, cercando di arricchire la discussione tecnica. Inizialmente ero più timido, ora invece non riesco a non manifestare le mie convinzioni, specie se, come detto, sono diverse da quelle dell’head coach.

Quanto all’evoluzione del ruolo, in generale negli ultimi anni si cerca di impostare sempre più un lavoro collegiale di staff nella preparazione delle partite; il calendario è sempre più incalzante e fitto di impegni e perciò l’allenatore ha modo di conoscere bene gli avversari solo pochi giorni prima della partita – lavorando una partita per volta con il gruppo squadra. Lo staff, e l’assistente in particolare, invece analizza gli avversari spesso con settimane di anticipo tramite i video delle partite – lo staff lavora anche con due partite d’anticipo rispetto al calendario – e perciò possiede molte più nozioni rispetto all’head coach, che si deve quindi un po’ “fidare”. In questo senso dunque gli assistenti devono essere sempre più allenatori e pensare come il capo-allenatore e chi ha svolto in passato incarichi di head coaching come me può essere avvantaggiato, riuscendo a sintetizzare alcuni concetti su cui lavorare in maniera rapida per poi presentarli alla squadra. Il lavoro comunque rimane collegiale, con un responsabile che imposta la rotta verso cui tutti devono remare.

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