Senza rispetto non c’è partita: la lezione di Gianluca Sardella
Parlare di arbitri, nel mondo del basket, non è mai semplice. Spesso li si nomina solo quando qualcosa non va. Eppure, Play Ethical, il progetto di Rbr con CIA Conad, nasce proprio per questo: per ribaltare lo sguardo. Per riportare al centro ciò che conta davvero: la lealtà, il rispetto, il valore del gioco pulito.
E allora sì, partiamo da loro: i “grigi”. Uomini e donne che non hanno una curva che canta il loro nome, ma che ogni sera salgono sul parquet con una missione: proteggere l’essenza del basket.
Tra i fondatori di Rinascita Basket Rimini, nel 2018, c’era anche uno di loro:
Gianluca Sardella. Oltre cinquecento partite di Serie A, una vita spesa a prendere decisioni in un battito di ciglia, e poi la toga, il mestiere dell’avvocato, un altro ruolo dove le regole e la mente contano quanto il cuore.
Arbitro e avvocato.
Due mondi diversi, eppure vicinissimi. La stessa tensione tra ciò che è giusto e ciò che è percepito. La stessa responsabilità di interpretare, spiegare, guidare. La stessa capacità di reggere lo sguardo di chi non è d’accordo.
“Le regole sono fondamentali”, racconta Sardella. “Ma c’è sempre anche una parte psicologica. Capire le persone, capire le emozioni. Vale in campo, vale nel mio studio: cambia il contesto, non il cuore del lavoro”.
E poi c’è la comunicazione: quel gesto delle mani, quello sguardo, quella sicurezza che può cambiare tutto. Perché non basta avere ragione: bisogna saperlo mostrare. E questo lo sa bene chi vive tra fischietti e codici.
Il basket, però, è un gioco ardente. A volte ti scappa la mano, a volte l’emozione supera tutto. Capita di sbagliare: un fallo evidente, un fischio tardivo, un’infrazione al limite. E quando la chiamata ti gira contro due o tre volte di fila… la mente costruisce storie, nasce il vittimismo, si accende il palazzetto.
“Anche l’arbitro sbaglia”, dice Sardella. “E la sfida più grande è una sola: cancellare e andare avanti. Non compensare, non farsi trascinare dal momento. Ripartire da zero, ad ogni possesso”.
Ma c’è un gesto, nel basket, che illumina tutto: il fair play. Il giocatore che alza la mano e dice: “L’ho toccata io”. Quello che ammette un fallo, anche quando nessuno lo aveva visto. Quello che ferma la protesta dei compagni, perché la decisione è giusta.
Sono attimi, piccoli lampi di verità. Ma hanno un peso enorme: calmano, educano, ispirano.
Sardella li ha visti mille volte, e ogni volta sono stati una lezione. Perché è da quei momenti che nasce la cultura del rispetto. Ed è lì che i giovani imparano davvero.
Da arbitro, ma soprattutto da padre, lui lo sa bene. “Quando vedo mio figlio giocare e vedo genitori che se la prendono con arbitri più giovani dei loro figli… penso che quel bambino non meriti quell’esempio. E quando mio figlio protesta, gli dico: l’arbitro può sbagliare. Come sbagli tu. Come sbagliamo tutti”.
È tutto qui, lo spirito di Play Ethical. Il rispetto non nasce dal regolamento: nasce dalle persone, dalle famiglie, da chi insegna che perdere non è un’ingiustizia, che sbagliare non è una vergogna, che il gioco è bello quando è pulito, e che il rispetto – in campo come nella vita – è la prima regola da imparare.
Parola di arbitro.
Parola di chi del rispetto ha fatto la propria strada.