Earl Boykins: il piccolo che non aveva paura di nessuno
Di Alberto Foschi
Se il basket fosse una favola moderna, Earl Boykins sarebbe l’eroe minuscolo che sfida giganti armato solo di coraggio, velocità e una fiducia in se stesso grande quanto un canestro NBA. Con i suoi 165 centimetri – sì, uno e sessantacinque, meno di molti play delle giovanili – Boykins è stato uno dei paradossi più belli del basket professionistico: troppo basso per giocare ad alto livello, troppo testardo per ascoltare chiunque glielo dicesse. Non era un fenomeno fisico, non schiacciava, non intimidiva nessuno. Eppure, ha lasciato un segno che oggi fa sorridere chi ancora crede nella magia dello sport.

Piccolo già da grande
Earl nasce a Cleveland, nel 1976. È talmente piccolo che, da bambino, il padre lo porta alle partite della sua lega amatoriale… nascondendolo nella borsa da palestra per farlo entrare nello spogliatoio. A dodici anni è già alto meno dei coetanei, ma più veloce di tutti.
La sua carriera inizia davvero nel liceo, dove domina nonostante la statura ridicola per il ruolo. Al college con Eastern Michigan diventa leggenda locale: primo violino offensivo di una squadra che nessuno considerava, capace di segnare anche 40 punti a sera. Ma quando arriva il momento del draft NBA? Nessuno lo sceglie. Troppo basso, dicono. Troppo fragile. Troppo tutto.
NBA incredula (e un po’ stupita)
Per entrare nella lega, Boykins deve passare per dieci contratti a breve termine in cinque anni. È il girovago più veloce degli Stati Uniti. Entra, esce, cambia squadra, cambia città. Ma ovunque vada lascia un segno: il più piccolo in campo… e spesso il più difficile da marcare. Nel 2003 finalmente trova casa ai Denver Nuggets. E lì, succede l’incredibile: diventa uno dei migliori sesti uomini della NBA. Una notte del 2004 mette 32 punti ai Pistons, diventando il secondo giocatore più basso di sempre a segnare più di 30 punti in una partita (dietro a Calvin Murphy, altro folletto mitico). Il suo segreto? Un primo passo fulmineo, una velocità che sembrava contro le leggi della fisica e una forza nelle gambe da bodybuilder (squattava più di molti centri NBA).
Fuori dal campo: il professionista silenzioso
A differenza di tanti personaggi stravaganti, Boykins fuori dal parquet era quasi invisibile. Non feste, non scandali, non dichiarazioni sopra le righe. Allenamenti, famiglia, riposo. Un monaco del basket. Eppure, la sua vita non è stata priva di ostacoli. Ha dovuto convivere con la frustrazione di non essere preso sul serio, con coach che lo volevano solo come mascotte e con compagni che a volte ridevano del suo ingresso in campo. Ma ogni risata diventava benzina. Come disse una volta: “Non voglio essere il migliore dei bassi. Voglio essere migliore di tutti”.

Tra mito e realtà
Intorno a Boykins girano racconti che sembrano usciti da uno spogliatoio un po’ troppo fantasioso. C’è chi giura che in sala pesi sollevasse più del centro titolare dei Nuggets, e questa – a detta di molti compagni – non sarebbe affatto una leggenda. Altri sostengono che, per un periodo, sia finito sulla copertina di un videogioco di basket underground, diventando il più basso di sempre a riuscirci: storia mai verificata, ma affascinante quanto le sue accelerazioni. E poi c’è il mistero più grande: la schiacciata. Alcuni ex compagni giurano di averlo visto inchiodarne una in allenamento, altri dicono che sia solo un mito metropolitano. Forse è successo davvero, forse no. Ma con uno come Boykins, capace di sfidare la fisica ogni volta che partiva in palleggio, non è così difficile crederci.
Un’eredità grande (più di lui)
Quando si ritira, Boykins non è ricordato come una star, ma come un’icona di resilienza. Diventa allenatore, mentore per giovani giocatori, soprattutto quelli che – come lui – non rientrano nei “parametri ideali”. Nel basket moderno, fatto di centimetri e centimetri ancora, il suo nome è un promemoria: il talento non va misurato col metro. E oggi, chiunque sia “troppo basso per…” trova ispirazione nella sua carriera.
Backdoor finale
Ogni sport ha i suoi Davide contro Golia. Earl Boykins è stato Davide in ogni singola partita, 82 sere
all’anno. La sua storia insegna che non serve dominare fisicamente per conquistare un’arena: basta non
avere paura dei giganti. E, se possibile, sgusciare via prima che si accorgano di te.
