Il personaggio: Giacomo Fabbri

Di Francesco Ricciardi

Rbr è una cosa seria

Si trovano ancora, con una facile ricerca su Internet, alcuni articoli del settembre 2018: erano i primi mesi di vita di Rbr, i biancorossi allora allenati da Massimo Bernardi regolavano senza troppa fatica Imola in un’amichevole precampionato, e nel Cda di Rinascita entrava Giacomo Fabbri, CEO di Vulcan. Da allora molto è cambiato, eppure a leggere i nomi di quel primo Consiglio d’Amministrazione molti si riconoscono ancora oggi. “È stata una felice combinazione di più fattori”, così racconta Fabbri ricordando il primo impegno della sua azienda in quello che allora era “un progetto ambizioso nato tra amici” e che oggi, a quasi otto anni di distanza, prosegue con rinnovato vigore: “anche se è passato un po’ di tempo, l’idea iniziale è sempre molto viva. L’impegno richiesto è supportato da uno slancio emotivo – sono sempre stato un appassionato di basket – ma anche da un senso del dovere: quando scegli di fare una cosa, devi farla seriamente, e alle chiamate si risponde”.

Continuiamo a riavvolgere il nastro della storia biancorossa. “L’idea di fondo è stata quella di restituire una fisionomia ben chiara e una legittimità al basket riminese, che ha avuto tanti successi ma anche periodi più o meno nobili”: un’idea che entrava a pieno titolo nella storia di un’azienda come Vulcan, da sempre attenta alle realtà della città. “Come azienda abbiamo sempre sostenuto lo sport e le squadre locali: dalla Rimini Calcio di Arrigo Sacchi negli anni ’80, al basket negli anni ’90, fino a varie iniziative sul territorio”.

Otto anni, nello sport, sono un’eternità: “nel tempo è cambiata la complessità nell’affrontare le questioni”, spiega Fabbri. “È normale: mano a mano che una creatura cresce, emergono aspetti gestionali, finanziari, tecnico-sportivi, di relazione e di comunicazione che all’inizio erano secondari e che poi diventano sempre più importanti. Questi aspetti sono maturati, si sono evoluti, richiedono maggiore attenzione e maggiore impegno, ma danno anche maggiore soddisfazione”.

Quello che non è cambiato è l’entusiasmo, tanto da parte del pubblico quanto della compagine societaria: anche guardandola da dentro, Rinascita è rimasta fedele all’idea di diventare l’appuntamento domenicale della città. “Questo è un progetto per la città, non per i soci o per le cariche sociali. Al basket viene Rimini: vengono i riminesi, le famiglie, i bambini, gli anziani, quelli di mezza età come me che si portano dietro figli e genitori”.

Rbr, per Rimini, rappresenta molto. “Una su tutte è la riscossa”, spiega Fabbri. “Per una generazione come la mia, che a quattordici anni andava a vedere grandi giocatori e grandi campioni sugli spalti, ha significato riscoprire da cinquantenne le emozioni di quando ero ragazzino. Abbiamo ridato dignità alla squadra della città, che ha avuto momenti di grande luce ma anche momenti di grande ombra”. La città, appunto, al centro di tutto: l’orgoglio è quello di aver riportato in campo una realtà capace di diventare un sentimento comune. “E non è banale: si è creato un rituale settimanale, che diventa chiacchiera nei bar e discorso tra le persone. Incontro spesso gente che mi dice “andiamo bene”, “andiamo male”. Una volta alla settimana la città si cristallizza dentro il Flaminio, e diventa una comunità multicolore, multipensiero, multietà. Io penso che sia una cosa bella e importante per Rimini”.

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