Il giocatore: Zahir Porter

Di Francesco Ricciardi

“Confident”

Se nasci nel Bronx, un freddo giorno di gennaio del 2000, è probabile che prima di dire la tua prima parola, tu tenga tra le mani un pallone da basket. Se la pallacanestro è una religione, New York è la sua Città Santa: il Madison Square Garden, Rucker Park, il Dyckman sono templi pagani dove fin da bambino impari a venerare gli dèi del basket, sperando che ti concedano di segnare quel tiro, e quello dopo, e quello dopo ancora.

Non tutti ce la fanno: per quanto tu possa allenarti, per quante ore tu possa passare sull’asfalto rovente di agosto o sotto la pioggia battente di novembre, il successo non è garantito a nessuno. Eppure, qualcuno si sente più sicuro di altri. Qualcuno sa che ce la farà, che riuscirà a fare della sua passione il suo mestiere. Qualcuno è confident.

Confident: “Persona che mostra sicurezza in sé stessa, nelle proprie capacità e nelle proprie decisioni, affrontando situazioni, persone o difficoltà con convinzione e senza eccessiva esitazione o timore del giudizio altrui”. Confident è anche la parola, l’unica, che mi ha detto Zahir Porter quando gli ho chiesto la prima parola che gli venisse in mente ripensando al sé bambino, con quel pallone sui campetti di NYC. Non perché gli dèi del basket gli abbiano donato qualcosa in più degli altri – o meglio, non solo – ma perché il duro lavoro produce sempre i suoi frutti. “Penso di aver sempre creduto che sarei diventato un professionista”, ci dice Porter, “in qualsiasi modo possibile: NBA, Europa, qualsiasi cosa. Crescendo mi dicevo sempre che tutto quel lavoro non poteva essere inutile. Tutto quello che stavo facendo doveva portare a qualcosa prima o poi”.

Del resto, lo dicevamo, crescere nel Bronx significa respirare pallacanestro ogni giorno, e allora ecco che Zahir cresce in una famiglia che il basket lo mastica eccome. Non solo cresce a New York, “c’era basket ovunque intorno a me, quindi è stato naturale avvicinarmi al gioco”, ma anche esempi vicini da seguire: anche gli zii giocavano a basket. “Ho imparato molto da loro. Anche se io sono l’unico pro della famiglia, loro hanno giocato al college e alle superiori. Da bambino ho potuto vedere quella realtà da vicino e questo mi ha aiutato molto. Sicuramente hanno avuto una grande influenza su di me”.

Gli zii da un lato, gli amici dall’altro: “ero decisamente un giocatore da playground, ogni volta che potevo uscire di casa e andare a giocare fuori con i miei amici lo facevo. Non importava quanto facesse caldo o freddo: volevo solo uscire e giocare a basket”. E allora, alla fine, Zahir ha avuto ragione: il lavoro duro paga sempre. “Ho iniziato a pensare che sarei davvero diventato un professionista durante gli anni al junior college, nel mio secondo anno. Dopo quella stagione, quando ho firmato per un college di Division One, ho capito che stavo facendo i passi giusti per arrivare dove volevo. Continuavo a migliorare ogni anno e mi dicevo che era impossibile che tutto quel lavoro non portasse a qualcosa. È stato lì che ho capito che sarebbe successo davvero”.

Leggi l’articolo completo su Rbr Magazine numero 37!